L’inverno del disegnatore: intervista a Paco Roca

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Paco Roca parla de L’inverno del disegnatore nell’intervista pubblicata su Cosas de Absenta , blog che fruga nei luoghi fisici, storici e leggendari di Barcellona:

Hai detto che desideravi scrivere un graphic novel sulla casa editrice Bruguera perché sei cresciuto leggendo i suoi fumetti. Come sei arrivato alla storia di Tío Vivo ?

Volevo scrivere una storia su Bruguera come omaggio ai disegnatori che mi hanno fatto amare il fumetto e mi hanno portato a fare questo lavoro. Però la storia di Bruguera è vasta, ben cento anni di casa editrice. Non sapevo bene quando ambientare il racconto. Un’ipotesi era il tramonto della casa editrice, e quindi la sua fine, ma in fase di documentazione mi sono imbattuto nella storia di Tío Vivo e mi sono accorto che era quello lo scorcio di Bruguera che volevo raccontare. Mi permetteva anche di ritrarre la Spagna fanchista.

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Leggendo il libro si nota che c’è dietro uno studio dettagliato della Barcellona degli anni 50 e della storia della casa editrice. Quanto ti ha impegnato l’analisi dei documenti? Come l’hai affrontata?

La documentazione prevede due fasi. Una è necessaria per creare la storia, l’altra per disegnarla. Nel caso de L’inverno del disegnatore entrambe sono state per me una sfida. Dovevo raccontare una storia che non ho vissuto, in un’epoca che non conosco, in una città che non è la mia. Per la documentazione grafica ho usato tutto quel che potevo, film d’epoca e le fotografie di Barcellona di Català-Roca. Ho anche fatto diversi viaggi nella città per fotografare gli scenari.

Durante il processo di documentazione so che hai parlato con alcuni dei protagonisti della storia ancora in vita (Víctor Mora e Armonía). Che esperienza è stata?

Un’esperienza che mi ha molto arricchito. Realizzare L’inverno del disegnatore era un pretesto per sapere di più sui miei idoli dell’infanzia. Tanto che parlare con Víctor Mora, Ibáñez, Jan o Nadal era già di per sé un obiettivo del libro. Con Armonía e Víctor ho trascorso chiacchierando una bellissima giornata a casa loro. Alla fine Víctor mi ha regalato il suo libro, El tranvía azul , che mi è servito tantissimo per la fase di documentazione.

Uno dei personaggi più interessanti del libro è Escobar. Racconta qualcosa di più su di lui. Hai parlato con la sua famiglia?

La fase di documentazione potenzialmente è inesauribile e corri il rischio di perderti. Con L’inverno avevo già trascorso quasi un anno ricopiando informazioni e intervistando a destra e a manca. Tra le persone che ancora non avevo contattato c’erano la famiglia Escobar e Francisco Ledesma. Disgraziatamente avevo esaurito il tempo che mi ero posto come limite per documentarmi e non sono riuscito a parlare con loro. Quando il fumetto è stato pubblicato ho mandato una copia a Ledesma, mi interessava sapere se era d’accordo con la versione che ho dato dei fatti, soprattutto per quel che riguarda suo zio. Mi ha risposto facendomi i complimenti e confermando tutto. Più o meno un anno dopo ho ricevuto un messaggio dalla nipote di Escobar, che casualmente aveva comprato il libro e tra le pagine aveva incontrato suo nonno. Lo fece leggere alla madre e da lì prese avvio una lunga conversazione familiare su Josep Escobar e il triste capitolo di Tío Vivo. La famiglia mi ringraziò per aver raccontato la storia  e aver disegnato Josep con la pipa mentre parla in catalano.

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Ho sentito che sei riuscito a scoprire l’ubicazione delle sedi di Bruguera nel corso degli anni. Sei riuscito anche a sapere dove stava Tío Vivo ?

Grazie al Centro Cultural del Coll e a un anziano signore che ho incontrato per caso in quello che una volta era il bar Rueda, sono riuscito a collocare la redazione di Bruguera alla fine degli anni Cinquanta. La redazione di Tío Vivo, per quel che si sa, stava nella Rambla de Cataluña. Ignoravo quale fosse il civico, ma il disegnatore Enrich lo sapeva. Lui è un’altra delle persone con cui non sono riuscito a parlare e con cui sicuramente sarebbe stato interessante confrontarsi per via del suo lavoro per Tío Vivo.

Quella fotografia scattata dalla macchina di Escobar che immortala il momento esatto della fondazione della nuova rivista esiste davvero?

Sì, è una foto che si fecero i cinque nella nuova sede. Li si vede allegri, pieni di ottimismo. Per loro la rivista Tío Vivo doveva essere una specie di battaglia in nome della dignità che il franchismo gli aveva tolto.

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Per concludere, mi piacerebbe sapere se sei riuscito a sfogliare qualche esemplare del primo numero di Tío Vivo.

Ero riuscito ad avere alcuni numeri della rivista, poi un amico, Álvaro Pons, mi ha dato tutti i numeri del primo anno di pubblicazione. Sia Tío Vivo che alcune delle riviste di Bruguera sono un strumento per conoscere la società spagnola, attendibile quanto il cinema o i romanzi dell’epoca.

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