Intervista a Paco Roca da DComic

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Ecco qui l’intervista di Paco Roca per DComic :

A dispetto dei tanti anni trascorsi a lavorare come fumettista, la notorietà è arrivata grazie al film Rughe. Come ha influito nella tua carriera aver portato un lavoro sul grande schermo, lavoro che per giunta è stato premiato con il Goya?

In realtà sulla mia carriera professionale ha influito di più il Premio Nazionale. Il Goya è più un fatto mediatico, molta gente ti conosce, ti regalano il vestito elegante per la cerimonia, quindi non ha cambiato di colpo la mia vita lavorativa.

In Memorie di un uomo in pigiama racconti molti aneddoti della tua vita, alcuni così incredibili da essere per forza veri. C’è una parte di te e della tua vita anche nelle altre tue opere?

Tutto quel che faccio è in qualche misura autobiografico. Per creare i personaggi hai bisogno di ripescare i tuoi sentimenti, il tuo vissuto, anche se si tratta di personaggi reali come ne L’inverno del disegnatore. Hai bisogno di capirli e farli un pochino tuoi.

In altri paesi, come Belgio e Giappone, i fumetti sono considerati quasi una seconda bandiera nazionale, mentre in Spagna, nonostante ci siano stati grandi autori, sono ancora considerati un prodotto “per bambini”. Come ci si sente a essere un disegnatore di fumetti in Spagna? Come vedi da qui il panorama del fumetto?

Questa situazione sta cambiando. A volte abbiamo maggior presenza nei media, si parla del nostro lavoro legato ai graphic novel, andiamo a chiacchierare nelle università, esponiamo nei musei… Comincia a normalizzarsi questo fatto di essere un disegnatore. D’altra parte bisogna un po’ smorzare l’idea per cui in Belgio e Giappone si rispettano di più i fumetti. Si vende di più, che è diverso. Il riconoscimento come linguaggio adulto lo sta conseguendo a livello mondiale l’etichetta di graphic novel.

La tua esposizione al MuVim è stata prorogata per via del numero record di visitatori. Speravi in un esito di questo tipo? Ti senti un po’ “profeta in patria”?

In un paese da cui devi migrare per poter vivere di fumetti, ti senti felice e fortunato quando vieni considerato nella tua città. Sia MacDiego, il curatore dell’esposizione, sia io, avevamo ben chiara l’idea che una mostra deve essere didattica e interessante per un pubblico vasto. Non solamente per gli appassionati del fumetto.

In questa mostra ho scoperto che hai (felicemente) lavorato per Marvel e mi chiedevo: se potessi lavorare in piena libertà a un fumetto di un personaggio Marvel, che personaggio sceglieresti?

Senza dubbio i Fantastici Quattro. Credo che diano moltissime possibilità per la loro componente di science fiction e relazioni umane.

Ne L’inverno del disegnatore  fai un omaggio ai fumettisti spagnoli che tutti noi abbiamo letto quando eravamo ragazzini e che, immagino, abbiano influito sul tuo lavoro. Dal panorama internazionale quali autori ti hanno influenzato di più? Hai un preferito?

Ce ne sono stati tanti nel corso del tempo. Di sicuro i primi sono stati Ibáñez, Vázquez e Escobar. Poi Hergé e Uderzo. Più in là è venuto il turno di Kirby, Miller, Corben, Giardino, Otomo, Taniguchi, Cris Ware…

E per ultimo, che ci puoi dire de Los surcos del azar ?

È il libro cui sto lavorando adesso. Una storia lunga, di circa trecento pagine, che uscirà la prossima estate e parla di esiliati spagnoli durante la Guerra Civile.

 

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